Devo stendere un breve scritto su ciò che significa per me la parola “dolore”. Ne dovrò discutere con altre donne con le quali mi ritrovo mensilmente per riflettere e condividere pensieri.
Cosa non facile, parlare del dolore. Pare una cosa banale, tutti abbiamo più o meno provato dolore, sia fisico che psichico, ma definire cosa sia per noi stesse, beh, è un’altra cosa.
Ho iniziato pensando al dolore del distacco, della morte di una persona cara, o anche al semplice abbandono. Lasciarsi qualcuno o qualcosa alle spalle e andarsene è sempre un po’ doloroso, anche se lo si fa per andare in un luogo migliore, o intraprendere una nuova vita, una nuova attività. Lasciare qualcosa di conosciuto per il nuovo è emozionante ma può portare anche ansia e a vari livelli anche del dolore.

Poi ho pensato al dolore del rifiuto; essere rifiutati da un’altro essere umano, quanto può essere doloroso! E’ un dolore che sto vivendo in questi mesi, ed è ancor più straziante perché è un figlio che mi sta rifiutando, è carne della mia carne, è un essere umano al quale ho dato la vita, che mi è più caro della mia vita stessa. E’ un dolore, il suo rifiuto attuale, che mi sconvolge fin dentro le viscere e mi annienta.

Ma poi ho pensato che per descrivere il dolore per questa serata che mi attende non dovevo entrare nel personale, ma restare sul “generis”. Così ho rivisto la mia definizione di dolore, e sono andata sul web a cercare varie definizioni che mi ispirassero.
Ho trovato così ad un certo punto una bellissima spiegazione dello psicologo Raffaele Morelli:

Quando un dolore dell’anima resiste, siamo proprio noi a “tenerlo in vita”, soffermandoci sulle cause: non è il pensieri che rimargina, ma lo sguardo giusto.
In molte persone esiste un’idea profondamente sbagliata, che fa credere che le sofferenze dell’anima siano destinate a durare per tutta la vita.  Non è così: dentro ognuno di noi esiste un processo creativo, qualcosa che sta “facendo” adesso l’essere che sei, indipendentemente dalla vita che ho fatto, da chi ho incontrato.
Noi dobbiamo guardarci intorno e guardare a ciò che stiamo creando in questo preciso momento, non collegare le nostre sofferenze a una causa.
Le cose valgono solo nel momento in cui accadono.

Nei periodi di difficoltà occorre ”posare lo sguardo” sulle cose che veramente ci piacciono e che ci rendono felici, perché il benessere del nostro cervello non dipende da quello che ci è accaduto in passato, non dipende dalla nostra storia. Le nostre ferite “eterne” (ovvero quelle che cronicizziamo con il pensiero) impediscono che l’esistenza continui; il cervello è fatto per produrre cicatrici, allontanare i traumi e andare avanti. Per questo non dobbiamo più andare a toccare le nostre cicatrici, dobbiamo lasciarle nel nostro passato. Le cose valgono solo nel momento in cui accadono, non c’è nulla che duri per sempre; noi cambiamo continuamente, sia di giorno che di notte, cambiamo a seconda dei sogni che facciamo, dei nostri modi di stare “in campo”.

Mi sembra un pensiero molto bello e vero! Si rifa a quel “vivi qui ed ora”, vivi il presente, lasciati il passato alle spalle e guarda chi sei ora. Alla consapevolezza che focalizza l’attenzione sul momento presente. E allora anche il dolore scomparirà.

 

 

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